Rogazione

Spazio aperto di condivisione dal mondo rog a cura di Gaetano Lo Russo

È Pasqua

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Carissimi tutti, Buona Pasqua!

E fin qui il fraterno e rituale augurio. Vorrei però anche provare a formulare una sintetica riflessione che offro a chiunque la voglia accettare.

Partiamo da una delle figure chiavi tra le prime a essere testimone dell’evento, Maria. Maria che, forse per sentito dire o per esperienza diretta, pensa subito a uno dei furti di cadavere che avvenivano spesso all’epoca. Sappiamo di un decreto imperiale emanato dal diritto romano che comminava dure pene a chi commetteva questo reato. E da Matteo (Mt 28, 11-15) apprendiamo che ai capi dei sacerdoti piaceva l’ipotesi di un trafugamento perpetrato dai discepoli in modo da diffondere discredito su Gesù e i suoi adepti.

Oppure si può leggere un velato richiamo alla sepoltura di Mosè (Dt 34, 10) con quel “Non sappiamo dove l’hanno posto” dato che anche del corpo del Profeta non è rimasta traccia. In ogni caso Gesù era sparito. Scomparso. Risulta assente all’appello dei suoi accusatori, giudici, carnefici, custodi giudiziari, camposantieri e discepoli. Come uscirne?

Quando capiamo un fenomeno, senza rendercene conto compiamo un’interazione produttiva di percezione e significato. Cioè diamo un ordine a tutte le tessere che poi andranno a comporre il mosaico. Nel caso del sepolcro vuoto i discepoli hanno visto e interpretato ciò che avevano vissuto. E questa interpretazione è stata possibile con le conoscenze acquisite in precedenza.

Ma questo non vuol dire che costruiamo arbitrariamente la realtà, essa non è una nostra invenzione, ma ciò che si impone con evidenza. E quale era l’evidenza? Nonostante le guardie poste alla sorveglianza Cristo non c’era più. Se ci atteniamo ai fatti che si evincono dal testo notiamo una certa progressione nelle percezioni che i primi testimoni esprimono. Facciamo un passo avanti.

Maria vede (“blépei“) la pietra ribaltata. Vedere è espresso con “blépo“, verbo che indica la percezione materiale. E da questa percezione una conclusione logica e diretta: il cadavere non c’è più, quindi è stato rubato, portato via. Di qui la sua angoscia e costernazione. Il corpo di Gesù non era più dove era stato deposto.

All’arrivo di Pietro il verbo cambia intensità. Abbiamo un vedere che è “theoréin“, guardare attentamente, indagare, teorizzare.

Mentre con l’entrata in campo dell’”altro discepolo”, Giovanni, ci si alza di almeno un’altra tonalità. Il vedere diventa “éiden“, prendere conoscenza. E infatti di Giovanni si dice che “vide e credette”. Ha certamente notato le bende per terra e il sudario ben ripiegato e ha arguito che in caso di furto i ladri non perdono tempo e a lasciare l’ambiente in ordine.

Il suo “vedere” è anche un prendere coscienza dell’evento chiave della rivelazione. Giovanni “vide”, più oculatamente degli altri, che Gesù sgusciando quasi dalle tele lasciate in ordine, entrava nell’eternità, dal tempo dell’umana sofferenza all’eterno divino. Inaugurando e chiudendo anche la sua con-sofferenza, come la definisce Johann Baptist Metz nel suo Memoria Passionis, il guardare di Dio alle ingiustizie e alle sofferenze della sua creazione facendone parte. Infatti nel terzo Prefazio pasquale Gesù è detto “agnus qui vivit semper occisus”, quindi l’agnello che vive sempre ucciso.

Giovanni inizia a credere già nel sepolcro e crede prima ancora di incontrare il Risorto. Tutti gli altri, e tra questi Tommaso, attenderanno di incontrarlo per crederci e credere. Così anche in Luca, nonostante il cuore ardente (Lc 24), bisognerà attendere Emmaus e cioè il momento di fare l’esperienza della presenza di Cristo. Presenza che però dovrà essere interpretata e quale più suggestiva interpretazione se non quella tentata da Jürgen Moltmann quando afferma che nella Resurrezione si vanno a congiungere due mondi fino allora divisi, l’al di qua con l’al di là, il mondo della disperazione e della morte con il mondo della vita che sarà. E da qui la trasformazione mortale dell’umana condizione in immortalità.

“Vide e credette”. In questa diade giovannea nasce e si fonda l’intero costrutto del cristianesimo. Tutto si abbraccia e confluisce in esso: la creazione del mondo; l’elezione e le promesse ad Abramo; la creazione del popolo d’Israele; le profezie; i riti del sacerdozio ebraico. E da lì sgorgano e si spiegano i grandi eventi della nostra salvezza: l’incarnazione, la passione, la morte e quindi la risurrezione di Gesù.

Dal Magnum Paschale Sacramentum di S. Leone Magno apprendiamo che il grande piano salvifico di Dio si svela nel sepolcro vuoto di Cristo. Un sepolcro vuoto che può offrire uno svelamento delle grandi questioni aperte del mondo. Un sepolcro che preannuncia una rigenerazione cosmica che ci lancia nella dimensione dell’eternità. E anche se l’ingresso e l’uscita del Figlio di Dio dalla vita e dal mondo restano avvolte nel mistero.

Mistero assonante a quello che ho vissuto alcune settimane fa, mi si perdoni l’accaduto in prima persona, mentre facevo visita a un giovanissimo ricoverato nel più grande hospice pediatrico d’Italia che si trova qui a Padova. Una struttura che ospita meno di cento piccoli malati, ma con una lista d’attesa – mi diceva un responsabile – di oltre seicento casi. Un’attuale strage degli innocenti a causa delle multiformi varianti delle malattie tumorali. Strage davanti alla quale ci sentiamo spiazzati, le risorse mentali risultano inadeguate, la capacità di comprendere si esaurisce presto. La domanda pertanto è sempre quella: perché questa misteriosa entrata e uscita dalla vita in così poco tempo? Forse perché il sepolcro è finalmente vuoto e in quel vuoto si realizza tutto l’assoluto di Dio, di un Dio che, come ci suggerisce S. Agostino, muore per essere più potente, perché non c’è essere più potente di chi sopravvive al suo annullamento. Quindi è la Pasqua conferma e pienezza di tutta l’azione salvifica divina.

Ancora S. Agostino, nel suo Commento al Salmo 148, indica in termini evolutivi il mistero della Pasqua quasi a dividere in due blocchi la storia di ogni credente. Nella prima coniugata al presente si declinano tutte le nostre vicende terrene, le tentazioni e le umane sofferenze. Nella seconda che ci proietta per sempre nella vita eterna, entreremo finalmente nel Regno della gloria e godendo della beatifica visione di Dio.

Nella Pasqua la nostra vocazione alla vita

Il sepolcro vuoto che ora sappiamo essersi svuotato perché Cristo è risorto deve poter quindi rappresentare l’icona che brilla sopra ogni incupito cielo delle nostre insofferenze o delle cadute di fede. Riporre tutte le nostre attese in questo Dio, cioè in colui che “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.” (Fil 2, 1-6) significa accettare noi stessi il carico del pesante quotidiano e la luce che promana dal sepolcro vuoto. Se in quel sepolcro avessero rinvenuto il corpo di Cristo oggi saremmo qui a celebrare la memoria per un buon profeta, un maestro zen dell’ebraismo riformista, una sorta di guru a metà tra Dante Alighieri e il Mahatma Gandhi. Invece la Chiesa si è arricchita di storia, di presente, di futuro e soprattutto di milioni di testimoni e martiri che in difesa della fede si sono consegnati nelle mani dei carnefici di ogni tempo.

E se in una determinata epoca quella fede nella Resurrezione ha prodotto innumerevoli testimoni e martiri, oggi per noi che non siamo chiamati a dare la vita, quella fede ci può tenere lontani dallo smarrimento esistenziale che coinvolge ormai credenti e non credenti in un mondo che sembra precipitare silenziosamente e inesorabilmente in un vuoto. Davanti a un quadro che può sembrare catastrofico la Resurrezione di Cristo imprime una positività concreta e storica che si stende anche su chi misconosce Dio e il sacrificio del Figlio.

Tanto più per noi credenti, il prorompere dello Spirito Santo nell’evento della Resurrezione dovrebbe significare la definitiva sconfitta dei due grandi mali di ogni essere vivente e cioè la morte e il peccato. Un prorompere la cui incontrovertibile portata e profondità si ripete nella storia e noi replichiamo nel gioioso annuncio annuale della Pasqua. Dovremmo quindi amare di più la Pasqua. Dovremmo fare più Pasqua. Dovremmo fare più memoria della Pasqua. In essa troviamo e scopriamo la nostra vera vocazione alla vita. Ma per amare dovremmo saperne di più. Perché come allievi della scuola dell’Aquinate sappiamo che nemo dat quod non habet. Facciamo quindi qualche altro passo avanti.

La Resurrezione principio di rigenerazione

A prima vista la Resurrezione incute un certo timore. Lo ravvediamo nelle espressioni di Marco quando racconta che “esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite”. (Mc 16,8).

La Resurrezione di Gesù è il centro della fede cristiana. Negarla corrisponde a negare tutto il cristianesimo. Questo valeva per coloro ai quali fu indirizzata la prima lettera ai Corinzi e vale per noi oggi: “Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1 Cor 15,14).

Se ci affidiamo ai grandi teologi non possiamo ignorare la riflessione di Rudolf Bultmann quando dichiarava che la Resurrezione ha un significato esistenziale oltre che teologico perché essa interpella e chiama l’uomo alla decisione della fede. Mentre in Karl Barth la Resurrezione è intesa come un vero e nuovo atto unico di Dio che grazie alla compartecipazione dello Spirito Santo può essere accettato da tutti. E grazie allo Spirito Santo che nell’indecifrabilità dei contrastanti dinamismi dell’intera creazione, in quell’impazzire di molecole che provocano malattie mortali anche a piccoli appena affacciati alla vita, il credente trova parole per dire l’indicibile.

È fondamentale quindi incrementare questo registro di accettazione altrimenti dovremmo dare ragione a chi ritiene la Resurrezione un compensativo allo schock della passione e morte di Cristo subìto dai discepoli che sentirono la necessità di inventarla di sana pianta per poi costruire un cristianesimo basato su proiezioni, desideri e visioni. Oppure finiremmo per vivere nell’incredulità come coloro che probabilmente Paolo si trovò di fronte a Corinto. Paolo ebbe necessità di nominare un numero di testimoni della risurrezione di Gesù per renderla più credibile (1 Cor, 15, 35-49) accantonando la categoria di una semplice rinascita del corpo di Gesù a favore di una nuova forma, forse più comprensibile per i pagani di allora e per evitare un linciaggio – cosa frequente in quei tempi – di esistenza del Cristo risorto come una realtà spirituale.

Mentre in Luca nonostante il cuore ardente (Lc 24) bisognerà attendere Emmaus cioè fare l’esperienza della presenza di Cristo. Presenza che però dovrà essere interpretata e quale più suggestiva interpretazione se non quella tentata da Jürgen Moltmann quando afferma che nella Resurrezione si vanno a congiungere due mondi fino allora divisi, l’al di qua con l’al di là con, il ondo della disperazione e della morte con il mondo della vita che sarà. E da qui la trasformazione mortale dell’umana condizione in immortalità. Un mondo unificato diventa quindi un mondo che ci proietta in una rigenerazione cosmica, vero dono del Trascendente all’intero suo creato.

Ma può la Resurrezione diventare un evento trasformativo per ognuno di noi?

Pensiamo di sì. Se è vero che la Pasqua attua nella Chiesa un rinnovamento che santifica e purifica più di ogni altra celebrazione dell’anno cristiano, dobbiamo rispondere con una corale preparazione spirituale e ascetica. La Pasqua non si celebra solo. Siamo chiamati a fare Pasqua. La conversione, un passo di personale riconciliazione con il fratello, con la mia famiglia o con la mia intera comunità, il ristabilire una serenità di intenti e di comuni interessi, sono i primi segnali che ognuno può dare a sé stesso e a tutti per fare Pasqua.

La nostra Associazione come tutti i corpi sociali religiosi è in sofferenza davanti a questo triste quadro generalizzato di amnesia culturale che genera anche una sorta di indifferenza cultuale e disinteresse vocazionale. Ma in questo sepolcro vuoto dentro cui in un certo qual modo viviamo, e cioè nel nostro mondo secolarizzato e immolato al nichilismo preconizzato da Nietzsche dovremmo evitare di vedere senza notare, quel “blépei” della percezione materiale. O di guardare al solo fine di indagare, il “theoréin“. Mentre dovremmo osservare credendo come rileviamo dall’ “éiden” di Giovanni.

Se la Pasqua viene accolta con questo spirito di buona volontà tutte le prove, le tribolazioni, i conflitti, potranno sciogliersi nell’elevazione di quel canto dell’Alleluia che ci fa pregustare la pienezza di beatitudine, luce, pace e gloria in Dio. In più affidarsi alla Resurrezione non significa fuggire dalle nostre responsabilità, ma ammettere tutta la nostra inanità davanti ai mille problemi che spesso ci assediano. Fondere quindi la fatica e la gloria. Quasi a riaffermare la prospettiva giovannea della gloriosa passione di Cristo che, forse meglio di noi, i bizantini realizzano quando raffigurano l’icona della croce gemmata.

Affidiamoci sostanziando la nostra speranza con un giusto agire nella prospettiva di un reale cambiamento. Il resto è dato da Lui e ci è dato da Lui, il Cristo Risorto.

Chiudiamo quindi con una colorata e calda suggestione tratta da uno dei tanti diari di Thomas Merton. “Quando arrivano queste grandi feste, nella vita spirituale, è come se si uscisse su un altipiano, per godere di una nuova visione di tutte le cose. Specialmente Pasqua. La Pasqua somiglia a quel che avverrà quando saremo entrati nell’eternità, quando all’improvviso, serenamente e con chiarezza, riconosceremo tutti i nostri errori, e anche tutto quello che abbiamo fatto di buono, e ogni cosa andrà al suo posto”. Da Il segno di Giona, Garzanti, p. 112-3.

Buona Pasqua a tutti e soprattutto a chi ha avuto la bontà di leggere fin qui!

GLR

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Questa voce è stata pubblicata il 30 marzo 2018 da .
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